di Ferdinando Capuozzo
Siamo nella piena stagione delle dichiarazioni fiscali e per chi fa il lavoro di commercialista ogni giorno, entrando in studio, ha la netta sensazione di dover attraversare un ginepraio normativo che si è stratificato senza ordine né logica. Non è solo complessità tecnica: è un vero e proprio meccanismo cervellotico di eccezioni, proroghe, bonus, micro‑agevolazioni, detrazioni e deduzioni nate per ragioni spesso contingenti, talvolta corporative, quasi mai sistemiche. Un sistema che non si può più chiamare “fisco”, ma è archeologia legislativa.
L’Italia, infatti, dal punto di vista fiscale non ha un impianto coerente, ha un accumulo sedimentato di norme. Ogni governo ha aggiunto un pezzo, nessuno ha mai tolto davvero. E così oggi ci ritroviamo con 575 voci tra deduzioni e detrazioni, che incidono per un totale di 108 miliardi di Euro, pari a circa il 20% dell’entrate totali. Un numero che non descrive solo un costo, descrive un fallimento. Perché quelle detrazioni e deduzioni non sono neutre. Sono regressive, come certifica l’ufficio parlamentare di bilancio, il 26% dei benefici va al 10% più ricco, solo il 15% arriva alla metà più povera del Paese.
È l’esatto contrario di ciò che prescrive l’articolo 53 della Costituzione, che chiede due cose semplici e rivoluzionarie: che tutti contribuiscano in base alla capacità contributiva, e che il sistema sia progressivo. Oggi non è né l’una né l’altra cosa.
La verità è che il “labirinto dei trattamenti speciali”, perché così andrebbe chiamato, senza ipocrisie, è diventato un meccanismo di redistribuzione al contrario: sposta risorse verso chi ha più forza contrattuale, non verso chi ha più bisogno. È un sistema che premia la frammentazione, non l’equità; la pressione delle categorie, non l’interesse generale.
Eppure, ogni volta che si prova a mettere ordine, scatta la rivolta dei micro‑interessi: se tocchi le palestre, sei contro la salute; se tocchi i veterinari, sei contro gli animali; se tocchi le spese funebri, sei contro i morti. È la politica dei veti, dove ogni privilegio diventa un diritto acquisito e ogni eccezione pretende di essere eterna.
Ecco perché la proposta di tagliare almeno una parte delle detrazioni e deduzioni fiscali, come suggerito da Confindustria, è giusta nella direzione, ma insufficiente nella sostanza. Non basta dire “tagliamo detrazioni e deduzioni per 20 miliardi” per aumentare le entrate: bisogna dire quali, perché, e soprattutto in nome di quale principio costituzionale.
La vera riforma, infatti, non è un taglio lineare. La vera riforma è una pulizia seria, profonda, una ricostruzione del sistema fiscale a partire dall’articolo 53. Significa, quindi, eliminare ciò che è regressivo, ciò che è inutile, ciò che non ha finalità pubbliche verificabili. Significa tornare a un fisco che sia comprensibile, coerente, giusto. Invece di invocare come spauracchio la patrimoniale (ogni volta che si avvicinano le elezioni tirano fuori questa parola), i politici di ogni colore politico si dovrebbero porre il problema di rimettere mano ad un sistema iniquo, complessivamente anticostituzionale.
Noi cittadini italiani dovremmo pretenderlo con tutta franchezza possibile. Deve essere chiaro non abbiamo bisogno di nuove norme. Abbiamo bisogno di meno norme, e di norme migliori. Abbiamo bisogno di un fisco che non sia un labirinto, ma un patto. E quel patto ha già un nome, scritto nella nostra Costituzione nell’articolo 53 si chiama: progressività.
Invece siamo un Paese che non riesce a spiegare ai cittadini perché pagano e chi paga davvero. E’ un Paese che perde fiducia, coesione, responsabilità collettiva.
Siamo forse per questo il Paese dove un Presidente del Consiglio, a proposito di imposte, si può permettere definirle “pizzo di Stato” e pochi si indignano.
