di Ferdinando Capuozzo
Nel dibattito sulla trasformazione di ABC in una società in house si è prodotto un rumore di fondo che rischia di oscurare il punto essenziale: la gestione dell’acqua è un servizio pubblico primario e, come tale, richiede stabilità giuridica, continuità amministrativa e capacità di investimento.
Per affrontare seriamente la questione occorre partire da un dato che non appartiene alla sfera delle opinioni, ma a quella del diritto: l’azienda speciale non è più una forma di gestione consentita per i servizi pubblici locali a rete di rilevanza economica.
A stabilirlo è l’articolo 14 del decreto legislativo 201/2022, che individua in modo tassativo le modalità di gestione ammissibili: gara, società mista o società in house. L’azienda speciale non rientra più tra queste opzioni. Si può discutere politicamente di questa scelta del legislatore, ma non si può ignorarla. Continuare a evocare l’azienda speciale come se fosse ancora praticabile significa alimentare un equivoco che non giova né alla città né alla qualità del confronto pubblico. Una volta chiarito questo punto, la domanda diventa: quale forma di gestione garantisce oggi la piena tutela del carattere pubblico del servizio idrico?
La risposta, nel quadro normativo vigente, è la società in house a totale capitale pubblico.
È un modello che non nasce per aprire al mercato, ma per consentire agli enti locali di mantenere il controllo diretto su servizi complessi, assicurando al tempo stesso la possibilità di programmare investimenti pluriennali e di operare con strumenti coerenti con la disciplina europea. Su questo terreno si è diffusa un’altra rappresentazione imprecisa: l’idea che la S.p.A. sia, per sua natura, una porta aperta ai privati. È necessario chiarire che la società in house deve essere al 100% pubblica.
Non si tratta di una scelta discrezionale dell’amministrazione, ma di un requisito strutturale del modello in house previsto dalla Legge 175/2016: l’ingresso anche minimo di un soggetto privato comporterebbe la decadenza automatica dell’affidamento e l’obbligo di ricorrere al mercato. La non cedibilità delle azioni non è dunque un auspicio politico, ma un vincolo giuridico. È la legge stessa a impedire l’ingresso dei privati, perché la presenza di un privato renderebbe incompatibile la gestione in house.
In questo quadro, quindi, la trasformazione di ABC non rappresenta un arretramento rispetto ai principi del referendum del 2011. Quel referendum chiedeva che l’acqua fosse gestita in modo pubblico e senza finalità di profitto. Una società in house risponde a entrambi questi criteri: è interamente pubblica, opera senza distribuzione di utili e reinveste nel servizio. Il vero rischio, oggi, non è la privatizzazione, ma l’incertezza giuridica che deriverebbe dal mantenere una forma di gestione non più prevista dalla legge. Napoli ha bisogno di un dibattito fondato sui fatti, non sulle suggestioni.
La responsabilità istituzionale impone di riconoscere che la cornice normativa è cambiata e che la tutela dell’acqua come bene pubblico passa, oggi, attraverso strumenti diversi da quelli del passato.
La società in house non è una scelta ideologica: è la forma che consente di garantire stabilità, legalità e continuità del servizio, preservando la natura pubblica dell’acqua e mettendo ABC nelle condizioni di affrontare le sfide dei prossimi decenni.
